Una donna indossa un Samsung Gear VRVR General 

Alcune considerazioni etiche sul giornalismo immersivo

Qual è l’obiettivo del giornalismo basato sulle tecnologie di realtà virtuale (VR)? In sostanza è sempre lo stesso: portare le persone nella storia. Ma quando le storie sono poco felici, come una guerra o una malattia, bisogna fare alcune considerazioni etiche. Considerazioni che non riguardano solo il modo in cui viene riprodotta la storia, ma anche come le persone ne fanno esperienza.

Non esiste ancora un codice etico che definisce le regole del giornalismo immersivo. La Society of Professional Journalists (SPJ), ad esempio, ha un codice etico per i giornalisti. Ma non fornisce alcuna indicazione sul come fare giornalismo con la realtà virtuale. Andrew Seaman, presidente del comitato etico dell’SPJ, ha dichiarato: “È difficile perché all’interno dell’SPJ poniamo resistenza alla creazione di standard diversi per diversi media. Gli standard che si applicano alla stampa, al web, alla telecomunicazione, devono essere gli stessi indipendentemente dal mezzo.

Ma come si applicano i principi di un corretto giornalismo quando l’impostazione della videocamera non cattura semplicemente un evento, ma sfrutta la percezione umana per trasportare i partecipanti nella scena?

Uno dei maggiori rischi, secondo la psicologa Jennifer Talarico, è il source-monitoring error. La source memory è la memoria legata al tempo e al luogo di un avvenimento. Il source monitoring è l’abilità di ricordare se abbiamo vissuto una certa esperienza o se ci siamo adattati ad essa in base a una storia che ci hanno raccontato.

Si potrebbe immaginare che più il contesto narrativo è simile a un contesto esperienziale, più è probabile che qualcuno faccia un errore di source-monitoring“, ha detto Talarico ad Undark. La psicologa sospetta che un’esperienza di realtà virtuale potrebbe rendere più facile scambiare un’esperienza narrativa fittizia con qualcosa della vita reale.

Per Robert Hernandez, professore associato alla School for Communication and Journalism dell’University of Southern California, questo è il potere e l’attrattiva della realtà virtuale. “Posso metterti in una situazione in cui il tuo cervello sa che non è reale, ma sembra ancora che sia reale. Questo può invocare il trauma, che può invocare cattivi ricordi. E come giornalista devo chiedere: qual è il mio lavoro? Il mio lavoro è farti del male? È per informarti, e a volte è un po’ una via di mezzo. Ho bisogno che tu capisca cosa stia passando quel piccolo rifugiato.

Hernandez ha spiegato che il rischio di disinformazione emerge ogni volta che c’è un nuovo modo di raccontare storie. “Non smetti di essere etico come giornalista solo perché c’è una nuova tecnologia“. Qualsiasi storia, foto o video può comportare una reazione emotiva. E alcuni potrebbero considerarla come una tecnica manipolativa.

Graham Roberts, direttore di Immersive Platforms Storytelling al New York Times, sostiene che nella loro newsroom non vengono formalmente pesati gli impatti psicologici delle storie in VR, ma ha osservato che ci sono regole che i giornalisti possono fissare in anticipo per assicurarsi che la realtà virtuale venga usata in modo responsabile ed etico. Ovvero, i giornalisti devono ricordare al pubblico ciò che sta vedendo e come questo si adatta al contesto della storia.

A tal proposito, Seaman ha detto: “Quello che è grandioso nella VR è che puoi mettere del testo, aggiungere sottotitoli. Penso ci siano opportunità per mitigare la forza della VR.

Un altro problema della manipolazione della storia ha a che fare con i giornalisti stessi e le loro attrezzature. Le videocamere a 360° possono catturare tutto di una scena, inclusi i giornalisti e il treppiede. Cosa fare in questi casi? Modificare le immagini facendo sparire giornalisti e attrezzature? O lasciare tutto così com’è?

L’Associated Press, ad esempio, non interviene su queste immagini per evitare accuse di manipolazione. Per Hernandez, però, queste modifiche sono accettabili perché migliorano l’esperienza immersiva: “Abbiamo prodotto quest’esperienza, quindi vogliamo ottimizzarla.

Fin quando non vengono violati i principi etici del giornalismo, queste modifiche non sono un problema. Hernandez, però, spera che ci sia anche un coinvolgimento critico maggiore da parte del pubblico sulle storie e sulla tecnologie che le veicolano. “Può essere usata bene o male, ma questa affermazione potrebbe essere applicata a qualsiasi tipo di medium nella nostra storia.

Quindi sì, abbiamo bisogno di un codice etico per la realtà virtuale. Un codice che sia basato sui principi fondamentali del giornalismo in generale, ma che curi certi aspetti specifici della VR.

Intanto, possiamo seguire i 5 consigli per uno storytelling etico in realtà virtuale suggeriti da Catherine Allen.

Danilo Bologna
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Danilo Bologna

Cultore della comunicazione digitale, co-founder di Immersive Tech e autore di Controcorrente.
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